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Vita, famiglia, comunità umana, pandemia: urgente un Recovery Life


recenti dati ISTAT in Italia ci attestano per il 2019 appena 429.170 iscritti all’anagrafe, -4,5% rispetto all’anno precedente (19.000 nascite in meno) e il calo più vistoso si è registrato proprio nel centro Italia (-6,5 %). Le proiezioni per il 2020 purtroppo sono ancora più negative, in quanto aggravate dall’emergenza Covid-19, infatti è previsto un calo di nascite a sotto 400.00 unità. Sono dati a mio avviso allarmanti, che però non hanno molta evidenza nelle vetrine mediatiche. Ora la scena è occupata dal tema dominante del Recovery Fund e un po’ tutti speriamo che l’Italia riesca a recuperare non solo percentuali di Pil, di occupazione e produttività, ma anche percentuali di natalità e di vitalità in ogni settore della società. Negli anni del secondo dopoguerra l’Italia era un Paese povero, dove si poteva anche morire di fame, ma era un Paese più vitale e intraprendente rispetto all’attuale. Nel 1975, a seguito del boom demografico degli anni ’50 – ’60, l’Italia si trovava nel gruppo del G7 ed era tra i Paesi più ricchi. In questi ultimi decenni la crisi della famiglia è andata di pari passo con la crisi demografica. Questo mi pare che evidenzi una necessità che non si può continuare ad ignorare, occorre che al centro delle politiche sociali venga messa la famiglia, introducendo magari un reddito di maternità e smetterla invece di rincorrere velleitari pseudo diritti di minoranze lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), che però in Europa e nel mondo costituiscono una lobby molto influente. Purtroppo invece quello che sta accadendo nella scena politica nazionale va in direzione opposta, infatti la maggioranza di governo sta tramando per far passare un disegno di legge assurdo (Ddl Zan) sulla cosiddetta omotransfobia, che se andrà in porto farà dilagare l'ideologia gender, introdurrà il reato di opinione e darà la spallata finale a quella che secondo la visione cristiana è la famiglia naturale fondata sul rapporto coniugale tra un uomo e una donna. Recentemente il giornalista Marcello Veneziani ha definito questo Ddl “un mostro transgiuridico in Parlamento” e personalmente condivido in pieno questa definizione, poiché esso intacca un pilastro fondamentale della legge, che è l’universalità della norma, “ossia l’applicabilità della legge nei confronti di ogni cittadino; mentre questa legge, come alcune sue precedenti, stabilisce una tutela speciale per alcune minoranze o categorie” (cfr La Verità, 19.07.2020). 

Recentemente la Pontificia Accademia per la Vita ha pubblicato un interessante documento intitolato L'Humana Communitas nell'era della pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita (Città del Vaticano, 22.07.2020), in cui si cerca di riflettere su ciò che la pandemia Covid-19 ha causato e sta causando nel mondo e ci si chiede che interpretazione gli si può dare. È indubbio che, come si afferma nel documento, la pandemia in atto sia una ennesima manifestazione di una globalizzazione imperante e che abbia messo a nudo le nostre vulnerabilità e fragilità a cui tutti siamo esposti. L’analisi più interessante che ho trovato nel documento è quella in cui si mette in risalto l’interdipendenza della comunità umana dove sussistono ingiustizie, diseguaglianze economiche e squilibri sociali da sanare, attraverso una “conversione morale” con la quale si dovrebbe dare inizio ad una nuova Humana Communitas. Si prospetta quindi un cambiamento nel modo di affrontare il rischio di una pandemia, o di qualsiasi altro tipo di catastrofe umanitaria, attraverso un’etica multidimensionale, che si faccia cioè carico di tutte le dimensioni della vita umana che vengono condizionate dall’evento catastrofico e che sappia esprimere una solidarietà che non agisca solo nell’emergenza, ma che vada alle radici delle ingiustizie e degli squilibri sociali, che vada cioè ad incidere a livello strutturale dove si origina il male per promuovere così un autentico bene comune. A tal proposito il documento entra concretamente in merito facendo un esplicito riferimento alla questione sanitaria e alla ricerca medica internazionale che sta lavorando per approntare un vaccino che possa gradualmente stabilire l’immunità da SARS-CoV-2. In questo il documento è molto chiaro e netto: “Il bene della società e il bene comune nel settore sanitario vengono prima di qualsiasi interesse per il profitto, in quanto la dimensione pubblica della ricerca non può essere sacrificata sull’altare del guadagno privato. Quando la vita e il benessere di una comunità sono a rischio, i profitti devono assumere un ruolo di secondo piano”. 

Tuttavia, per quanto riguarda il tema della vita umana, gli estensori del documento avrebbero potuto avere un po’ più di coraggio quando ad un certo punto, nella sua parte iniziale, affermano che “con la pandemia, le nostre rivendicazioni di autodeterminazione autonoma hanno subito un duro colpo, un momento di crisi che richiede un discernimento più profondo”. L’auspicato discernimento più profondo però, a mio giudizio, poi non trova la profondità nelle varie dimensioni della vita, poiché non si entra minimamente nel merito della crisi della vita umana manifestata dalla preoccupante denatalità in atto in Italia (uno dei tassi più alti nel mondo) e non si ha il coraggio di contrastare pubblicamente l’arrogante iniziativa della lobby lgbt con la quale si sta cercando di spacciare per diritti la pretesa di blindare istituzionalmente, mediante uno scudo giuridico artificiale e artificioso, rapporti umani devianti dall’ordine naturale della vita umana. Il bilanciamento di principi contrastanti di cui si parla nel documento in riferimento alla cosiddetta etica del rischio e della solidarietà, se non rettamente interpretato, rischia di diventare mancanza di profezia. L’etica del rischio e della solidarietà prospettata nel documento e concepita nella sua azione multidimensionale, applicata in particolare alla pandemia in corso, non trova ulteriore applicazione nella dimensione della vita famigliare concepita secondo l’ordine naturale basato sulla differenziazione sessuale maschio – femmina, a cui afferisce la visione cristiana. Una lacuna notevole considerando l’attuale contesto sociale italiano in cui è stato pubblicato il documento, dove invece si fa riferimento alla “depredazione della terra” e ad un certo punto ci si chiede: “Saremo in grado di risanare la frattura con il nostro mondo naturale, che troppo spesso ha trasformato le nostre soggettività assertive in minaccia al creato, agli altri?”. Tema sicuramente legittimo, importante e attuale. Tuttavia forse sarebbe stato opportuno fare riferimento anche ad un altro legittimo, importante e attuale tema, che è un grave vulnus per la comunità umana globale e italiana in particolare, e cioè alla depredazione della vita umana. Inoltre, per ciò che riguarda il “mondo naturale”, il suo riferimento alla natura intesa solamente come vita biologica del mondo vegetale e animale è riduttivo. La tendenza in atto nella post-modernità è proprio quella di non concepire più la vita regolata da una sapienza creatrice che sottende l’ordine naturale regolato da leggi universali a cui far riferimento. Nel documento è vero che si evidenzia il carattere oblativo della vita che va riscoperto ("la dolorosa prova della fragilità della vita può anche rinnovare la nostra consapevolezza che è un dono"), però forse una riflessione più approfondita sul tema della dignità della vita umana poteva essere fatta. Quando la vita umana non si percepisce più come un dono è chiaro che la tentazione è quella di considerarla più come un prodotto che la biotecnologia può manipolare senza alcun limite e addirittura pensare di produrre. Secondo questa visione della vita, il carattere distintivo naturale della sessualità umana tende ad essere considerato come una sorta di opzione culturale mutevole, quindi la stessa sessualità può diventare fluttuante e cambiare genere a seconda dello stato emotivo e della condizione psicologica del soggetto, che potrebbe quindi far transitare la sua sessualità da un genere all’altro con l’ausilio di artifici medici che potranno così assecondare un desiderio, ma dubito che diano un servizio autentico alla promozione della vita umana. Quello di cui invece la società italiana ha tremendamente bisogno in questi difficili giorni non è solo di un fondo finanziario per recuperare uno slancio economico perduto, ma anche e soprattutto di un recupero di fiducia nella famiglia generatrice di vita umana, un Recovery Life potremmo dire, senza il quale anche l’economia non potrà ritrovare vitalità.

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