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La fede in tempo di coronavirus


Quando verso la fine di gennaio la notizia della diffusione del nuovo coronavirus cominciò a occupare la scena dei media internazionali la percezione del pericolo era ancora distante, ma ben presto abbiamo scoperto che questa notizia non poteva essere considerata solo come una problematica tipicamente cinese. In un mondo globalizzato e interconnesso, dove tutto corre veloce e la mobilità sociale è sempre più intensa, anche i virus valicano ben presto i confini dei continenti e fanno il giro del globo terrestre. L'emergenza epidemiologica in atto, che rischia di diventare pandemia, può quindi considerarsi come un segno dei tempi. Il nuovo virus, che ha contagiato e sta contagiando migliaia di persone in tutto il mondo e che sta infestando anche l'Italia, è ufficialmente denominato SARS-CoV-2. Esso perciò appartiene al gruppo dei virus che innescano la sindrome respiratoria acuta grave (Severe Acute Respiratory Syndrome), che nel 2003 fece 775 vittime, tra cui il dott. Carlo Urbani, che la diagnosticò per primo e morì a causa del contagio ad Hanoi, Vietnam, il 29 marzo 2003, dove stava lavorando come ricercatore consulente dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Fu proprio grazie all'esemplare testimonianza di professionalità e di umanità del medico di Castelplanio (AN) che poté essere attivato un protocollo di profilassi medica, che permise di avviare efficaci misure di contenimento del virus evitando così un'epidemia e una potenziale pandemia, come invece ora sta avvenendo con il nuovo coronavirus dello stesso ceppo della SARS.
L'OMS diffuse la prima notifica ufficiale del nuovo coronavirus, che fu provvisoriamente chiamato 2019-nCoV, il 9 gennaio di quest'anno, dopo che vennero segnalati diversi casi di strane polmoniti nell'aerea della città di Wuhan, nella Cina centrale, verso la fine di dicembre dello scorso anno. Colpisce la data in cui l'OMS ha poi annunciato il nome della malattia respiratoria causata dal nuovo coronavirus, chiamandola COVID-19 (Corona Virus Disease), 11 febbraio 2020: data che nella Chiesa Cattolica è stata designata ormai da ventotto anni come Giornata Mondiale del Malato e memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes. E allora qual'è stata la reazione della Chiesa Cattolica di fronte al dilagare di questo sgradito ospite che cerca di annidarsi nel nostro organismo e che può portarci alla morte? Si sa che la Chiesa non è una realtà astratta, ma incarnata nella storia, inserita in un contesto sociale, culturale e politico ed è chiamata ad interagire con tutto ciò, cercando di dare testimonianza che essa è nel mondo, ma senza appartenergli. Un'emergenza sanitaria di questa portata ha ovviamente innescato dei provvedimenti di prevenzione e cura sanitaria da parte dei vari governi coinvolti (nazionale e regionali), che hanno il compito di amministrare le leggi e il diritto che regolano la convivenza sociale dei popoli. Colpisce che a Lourdes il governo francese abbia addirittura decretato la chiusura cautelativa delle piscine, pur permettendo che il Santuario rimanesse aperto per la preghiera dei fedeli. Conoscendo la storia delle apparizioni di Lourdes però il fatto non stupisce neanche più di tanto, poiché la terra dei lumi non ha mai accolto troppo benevolmente la luce della fede. Anche in Italia si sono susseguiti diversi decreti della Presidenza del consiglio dei ministri (nelle Marche anche ordinanze regionali non sempre in sintonia con i decreti nazionali), che hanno fissato delle normative per stabilire delle misure restrittive per il contenimento dell’epidemia virale. Fondamentalmente sono da evitare gli assembramenti di persone, in quanto possono facilmente diventare un pericoloso veicolo di contagio virale. Ecco quindi che ci siamo ritrovati con l'interdizione di celebrare Messe aperte all'assemblea dei fedeli. Recentemente ho letto degli articoli a firma di prestigiosi professori e uomini di fede (Riccardi e Cardini, giusto per citarne alcuni) che criticavano la ricezione delle ordinanze governative da parte dei vescovi, richiamando alla memoria tempi antichi in cui invece si combatteva il dilagare di pestilenze ed epidemie varie con la sola arma della fede e della preghiera. In sostanza secondo l'analisi di questi autorevoli opinionisti sarebbe sbagliato chiudere le chiese per le celebrazioni eucaristiche e al contrario bisognerebbe favorire la congregazione massiccia di fedeli per formare schiere oranti in chiese stracolme per fare scudo contro l'epidemia da coronavirus. Personalmente trovo queste posizioni un po' irreali e decontestualizzate.
Irreali perché si dimentica che la scarsa frequenza delle nostre chiese non è certo dovuta al coronavirus, ma è una tendenza già da molti anni in atto, segno evidente della secolarizzazione della nostra società. Ora si vorrebbe cavalcare il coronavirus come cavallo di battaglia per riaffermare la fede già da tempo diluita in una mentalità mondana, che non si preoccupa eccessivamente della salvezza dell'anima. Attualmente la preoccupazione di tutti è soprattutto la salute, anche se da cristiani sappiamo che essa non è un assoluto e non può essere disgiunta dall'anelito alla salvezza, alla vita piena in Cristo, vittorioso sul peccato e sulla morte. Ma mi chiedo se si possa risvegliare la fede anestetizzata del mondo post-moderno soltanto agitando lo spauracchio della morte e con la spasmodica ricerca di salute. A mio avviso, soltanto se la paura della morte non diventa terrore che chiude alla speranza di una vita che la oltrepassa e la supera, e se il diritto alla salute non diventa un desiderio assolutizzante che spinge l'uomo ad un'esasperata ricerca di benessere e di una medicina di desiderio che lo sfrutta e lo condiziona, allora si potrà ragionevolmente sperare che non tutti i mali vengano per nuocere.
Quindi decontestualizzare la testimonianza di fede di tre, quattro secoli fa per riproporla nell'odierna contingenza storica mi sembra fuorviante. Infatti all'epoca c'erano magari grandi santi, tipo san Luigi Gonzaga, che per soccorrere gli appestati morirono giovani dando grande testimonianza di coraggio e di fede, malgrado ciò però moriva tanta gente e il contagio non si fermava tanto facilmente. Non c'era all'epoca un sistema sanitario avanzato come lo abbiamo ora, ma è significativo che proprio dalla Chiesa, sempre in prima linea nel soccorso agli ammalati, vennero i primi importanti impulsi affinché esso si sviluppasse. Importanti in proposito furono le testimonianze di santi come san Giovanni di Dio e san Camillo De Lellis. Comunque anche ai nostri giorni, grazie a Dio, abbiamo i nostri santi che affrontano le emergenze sanitarie con abnegazione, responsabilità e umanità. Mi riferisco, per esempio, ai tanti operatori sanitari che in questo momento stanno spendendosi in prima linea per fronteggiare l'epidemia in atto. Ad oggi (8 marzo) nella sola regione Marche sono ben 537 gli operatori sanitari in isolamento sanitario preventivo a causa del contatto che hanno avuto con persone contagiate. Penso poi soprattutto ai medici e infermieri che stanno operando nelle zone rosse del contagio e penso anche al già citato Carlo Urbani, morto a 47 anni nel pieno svolgimento del suo dovere di medico senza frontiere, lasciando moglie e tre figli, per il quale non mi stupirei se la Chiesa avviasse un processo di canonizzazione.
Personalmente non ho pretese di misurazione della fede nascosta nei cuori delle persone di oggi, ma mi fido del Signore che è presente anche nell'oggi delle persone che apparentemente non sono dei santi, perché magari non frequentano più molto le chiese, ma poi si rivelano tali nella pratica dei loro doveri quotidiani e stupiscono anche noi, persone liturgicamente corrette, ma a volte distratte e disincarnate.
La Chiesa Italiana a mio parere ha fatto quindi molto bene a non mostrarsi in concorrenza con le varie autorità governative in questo frangente di ondata epidemiologica, mostrandosi collaborativa e non agitando crociate di sola fede. Ritengo infatti che oltre alla fede e alla preghiera occorra tenere in giusta considerazione anche le evidenze scientifiche, le quali ci attestano che tra i focolai di contagio da coronavirus ci sono stati pure contesti di concorso di folle spinte dalla loro fede, come per esempio è avvenuto in Sud Corea con la setta religiosa della Chiesa di Gesù Shincheonji e in Iran nella città santa di Qom, mèta di pellegrinaggio degli islamici sciiti. E anche da noi in Italia, a quanto pare, c'è stata una situazione di contagio durante una Messa funebre. Quindi occorre sempre la massima cautela. Con tutto ciò spero vivamente che presto l'emergenza sanitaria possa rientrare e si possa tornare tranquillamente a celebrare l'Eucaristia nelle nostre chiese frequentate dal popolo santo e a sorridere con speranza alla vita.



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