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La salute nella comunità e della comunità

A poco più di un mese dalla mia ripresa di servizio pastorale tra gli ammalati ricoverati nell'Ospedale fabrianese “E. Profili” ho potuto constatare che molte consuetudini sono cambiate nella gestione dei vari reparti. Gli operatori sanitari sono finalmente tutti dotati di sicure protezioni individuali e l’afflusso dei visitatori (familiari e amici dei pazienti) è molto limitato, in alcuni reparti ancora non è ammesso e in altri è permesso a un solo visitatore. Ho notato che generalmente le persone ricoverate tendono ad accogliere benevolmente la visita pastorale e sono ben disposte al colloquio, poiché il senso di solitudine che già di per sé genera la malattia in questo periodo si fa ancora più intenso. Il Cappellano ospedaliero è quindi una presenza importante, e non solo per gli ammalati, ma anche per gli stessi operatori sanitari che mi percepiscono come un supporto che si integra bene nel loro servizio professionale. In questo momento il Cappellano è l’unica persona che può visitare senza impedimenti i pazienti, infatti per ora non sono più ammessi nei reparti i volontari e neanche la suora. In prospettiva futura il servizio di volontariato ospedaliero in sostegno agli ammalati dovrà necessariamente passare attraverso un mandato pastorale ecclesiale unito ad un accreditamento istituzionale presso la struttura sanitaria verso cui si intende operare. In sostanza si dovrà dare forma e concretezza alla cosiddetta “Cappellania ospedaliera”, un soggetto pastorale comunitario coordinato dal Cappellano ospedaliero, che potrebbe essere costituito, oltre che dal Cappellano stesso, anche da una religiosa/o, da un diacono e da laici appositamente formati e disposti a fare un cammino di formazione continua e di crescita spirituale in comunione e in sintonia con il Cappellano nominato dal Vescovo. L’emergenza sanitaria causata dalla pandemia ci ha costretti tutti a ripensare la nostra fede e il nostro modo di rapportarci verso gli altri. Per quanto riguarda la pastorale della salute, mi sto rendendo conto che le associazioni storiche operanti a favore degli ammalati stanno un po’ segnando il passo a causa di scarso ricambio generazionale e di esiguità di numeri. Tuttavia oltre che cercare di rafforzare l’associazionismo c’è bisogno anche di allargare lo sguardo per scoprire nuovi modi di pensare la pastorale della salute, sia in ambito specifico ospedaliero, sia in ambito più territoriale attraverso una pastorale integrata nelle varie parrocchie. Personalmente penso che occorrerebbero nuove vocazioni non solo nella dimensione del sacerdozio ministeriale e della vita consacrata, ma anche, e oserei dire soprattutto, in ambito ministeriale laicale. Questo garantirebbe un ricambio generazionale nella diaconia della carità su più fronti, compreso quello della pastorale della salute, declinata sia nelle strutture sanitarie (oltre che in ospedale anche nelle diverse case protette per anziani e RSA), sia nelle case delle parrocchie dove vive la gente. Qui di solito un servizio importante viene svolto, oltre che dal parroco, anche dai ministri straordinari della Comunione. La prospettiva verso cui bisognerebbe lavorare tutti insieme (parroci e persone coinvolte nella pastorale della salute) è quella di una comunità sanante che si fa carico dei vari bisogni di salute (non solo psicofisica, ma anche spirituale) presenti nel territorio. Una comunità sarà però davvero sanante soltanto se disposta a lasciarsi sanare essa stessa innanzitutto, poiché i primi ad aver bisogno di essere curati sono gli stessi curanti. A mio avviso, la prima cura a cui noi tutti dovremmo sottoporci è quella del discernimento, una sorta di test sierologico spirituale per renderci conto se siamo stati attaccati dal virus dell’invidia, del solipsismo, della pigrizia spirituale, ecc. e vedere se abbiamo sviluppato i giusti anticorpi per debellarlo. Infatti non ci potrà essere vera diaconia della carità se prima non c’è vera carità nella nostra comunione ecclesiale.

Quella che ho appena tracciato è una semplice bozza di un disegno che andrebbe sviluppato dettagliatamente, degli spunti di riflessione senza alcuna pretesa di magistralità, ma con sincera disponibilità a rimboccarsi le maniche e lavorare insieme a persone di buona volontà. Da parte mia sono consapevole dei miei limiti, dovuti soprattutto ad una situazione familiare che mi costringe con una certa frequenza a fare visita anche ad altri ospedali marchigiani per accompagnare nella vecchiaia e nella malattia i miei genitori e quindi ad assentarmi a volte da Fabriano (non avendo a disposizione fratelli o sorelle). Inoltre attualmente non sono neanche incardinato nell'amata diocesi ospitante e sto ancora aspettando la nomina ufficiale di Cappellano (mi risulta comunque che sia in dirittura d’arrivo). In questi miei limiti personali potrebbero però nascondersi anche delle risorse, poiché proprio essi giustificherebbero il costituirsi di una reale Cappellania ospedaliera che andrebbe a supporto del mio servizio pastorale di Cappellano ospedaliero, che non vorrei concepire in estrema solitudine, ma in compagnia di persone a cui voler bene e che sappiano voler bene e fare bene il loro servizio di amore verso gli ammalati. Da parte mia, finché potrò garantirò il mio impegno a mettere in gioco le mie energie, il mio entusiasmo, il mio estro e la formazione specifica fin qui acquisita nell'ambito della pastorale della salute, per grazia di Dio.

Fabriano, vista panoramica

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