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Spalancate le porte a Cristo!

Cento anni fa, il 18 maggio 1920, nasceva Karol Jozef Wojtyla a Wadowice, una piccola città vicino Cracovia, in Polonia. Voglio quindi brevemente ricordare la figura di questo santo pontefice e grande uomo che per circa ventisette anni ha guidato la Chiesa introducendola nel nuovo millennio. Un pontificato tra i più lunghi nella storia della Chiesa vissuto nel segno di una testimonianza autentica e commovente di servizio di amore a Cristo e all'uomo. Non a caso fu proprio durante il suo pontificato che la coscienza ecclesiale acquisì una particolare sensibilità verso le infermità e la sofferenza dell’uomo. Infatti fu Papa Wojtyla con il Motu proprio Dolentium Hominum a istituire nel 1985 la Pontificia Commissione per la Pastorale degli operatori sanitari. La riflessione del Papa santo sulla malattia e la sofferenza umana, vissuta anche sulla propria pelle, è stata importante per ridare centralità e dignità alla persona e per focalizzare l’attenzione sulla dimensione trascendentale dell’esperienza umana. Così egli si esprimeva nel documento sopra citato: Nel suo approccio agli infermi e al mistero della sofferenza, la Chiesa è guidata da una precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano di Dio. Essa ritiene che la medicina e le cure terapeutiche abbiano di mira non solo il bene e la salute del corpo, ma la persona come tale che, nel corpo, è colpita dal male. La malattia e la sofferenza, infatti, non sono esperienze che riguardano soltanto il sostrato fisico dell'uomo, ma l'uomo nella sua interezza e nella sua unità somatico-spirituale (Dolentium Hominum, 2). Lo sguardo di fede di Papa Wojtyla sull'uomo ci fa scoprire nella fragilità umana la presenza di un altro sguardo che ci interpella, quello del Cristo sofferente che dalla croce ci ha redenti. Ecco allora che si impone alla nostra coscienza un richiamo alla responsabilità personale e comunitaria, affinché ci si adoperi a costruire la civiltà dell’amore imperniata sul rispetto della dignità della persona e della vita umana. 

Ora che l’emergenza sanitaria causata dal coronavirus ha lacerato il tessuto sociale ed economico di interi popoli causando morte e grandi sofferenze e mettendo a nudo tutte le nostre vulnerabilità, ritengo importante ricordare la testimonianza del Papa santo che è morto consumato dalla malattia, ma integro nel suo profondo radicamento in Cristo Gesù. Ora possiamo ricominciare a uscire di casa, pur con le dovute e necessarie cautele, per ritornare ad avere una vita sociale più intensa e libera, le attività economiche riprendono gradualmente il loro corso, le chiese possono ritornare ad essere frequentate, anche se nel rispetto delle norme di sicurezza. Ci accorgiamo però che tutto non è più come prima, il distanziamento sociale permane come cifra del nostro approccio alla realtà e alle persone. Nel vedere le persone che circolano per le vie percepisco una strana sensazione di diffidenza e paura e non è solo questione di prudenza. Il lockdown però non può continuare a rinchiudere le nostre emozioni e i nostri pensieri in una nicchia di paura dove cerchiamo le nostre individuali difese da potenziali aggressioni patogene esterne. La nostra mente non può funzionare solo come un dispositivo di protezione individuale, ma ha anche bisogno di disporsi in maniera ricettiva verso l’altro, che non può essere visto solo come un potenziale untore da evitare, ma anche come un fratello da accogliere nei suoi bisogni e nel suo esserci. Ecco allora che l’appello che Karol Wojtyla fece nella sua prima Messa da Papa (22 ottobre 1978) può ritornarci utile e lo facciamo così risuonare nel nostro cuore: Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! E' tempo quindi di spalancare il nostro cuore e ritrovare la fiducia in Cristo e nell'uomo. Incontrare l’uomo nella sua fragilità infatti è come incontrare Cristo che ci chiede amore. Il Redentore degli uomini non ci ha abbandonati, non si è ritirato dalla terra per rinchiudersi in un lockdown astrale, lontano dagli uomini, ma continua a essere con noi e a bussare alla porta del nostro cuore per chiederci di entrare in una comunione orante e operosa nella carità, poiché, come ci ricordava san Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica: L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non s'incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. E perciò appunto Cristo Redentore - come è stato già detto - rivela pienamente l'uomo all'uomo stesso. (…) L'uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo - non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere - deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve «appropriarsi» ed assimilare tutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso (Redemptor Hominis, 10).


san Giovanni Paolo II

 

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